Cosa è la peer education?
Tra pari, si sa, generalmente ci si intende meglio. Si è meno condizionati dalle formalità e dalle aspettative di chi ci osserva e giudica. Quanto appena scritto appare forse ovvio, ma non risulta così scontato, se ancora oggi viviamo in un mondo dove l’educazione è prevalentemente strutturata su un rapporto di tipo verticale, diremo persino talvolta anche gerarchico. Ma su tali apparenti ovvietà si basa proprio la scommessa teorica (e pratica) della peer education, ossia l’educazione tra pari. Scopriamone qualcosa di più.
Cosa è la peer education
Com’è facilmente intuibile dall’uso della lingua inglese, la peer education ha una matrice anglosassone. L’educazione tra pari nasce infatti – in maniera sperimentale – tra i Cinquanta e i Sessanta negli Stati Uniti d’America. Per la verità, una anticipazione di questa didattica già la si ritrova alla fine dell’Ottocento, in Inghilterra, con le prime testimonianze del cosiddetto “mutuo insegnamento“. Nel nostro paese, a intuirne l’efficacia fu Don Lorenzo Milani, che applicò metodi simili nella scuola di Barbiana. Oggi tale metodologia didattica viene sfruttata soprattutto per prevenire comportamenti a rischio di vario tipo: dall’uso di droghe all’abbandono scolastico, dalla consapevolezza dei rischi dell’AIDS al bullismo.
L’educazione tra pari
L’idea alla base della peer education è quella di replicare il modello gruppale tipico dei contesti amicali anche all’interno di un format educativo. Tra persone eguali, una volta venuta meno la tipica soggezione nei confronti dell’autorità rappresentata dal docente, ci si confronta in modo più spontaneo. E si possono affrontare anche temi generalmente marginalizzati nella didattica tradizionale.
Così come in un gruppo di amici ci si confessa, ci si scambiano consigli, ci si informa più volentieri, anche sui tipici tabù legati all’età dell’adolescenza (droghe, sessualità, ecc.), all’interno di un contesto di peer education si riesce – almeno teoricamente – a partecipare in maniera più attiva.
Nella pratica si tratta, ad esempio, di trasformare alcuni studenti in “tutor”, ossia compagni fra compagni il cui compito sia quello di fornire spiegazioni della lezione agli altri ragazzi. L’apprendimento reciproco così impostato consente sostanzialmente a tutti (ossia, sia agli “studenti insegnanti” sia agli “studenti discenti”) di migliorare le proprie competenze: in primis, il metodo di studio e la capacità di problem solving.
Peer education e cooperative learning
Una forma di mutuo apprendimento se vogliamo ancor più radicale è il cosiddetto “cooperative learning“. L’apprendimento cooperativo è un modello educativo tra pari che non prevede una figura centrale nel gruppo, come il tutor. Qui la classe viene suddivisa in piccoli gruppi – mediamente tre/quattro studenti – disomogenei per attitudini e competenze. La collaborazione reciproca, per l’intera durata della lezione, se ben strutturata, consente di:
- migliorare le capacità relazionali degli studenti. I ragazzi si abituano a stare assieme e a confrontarsi, raffinando le proprie competenze linguistico-comunicative;
- rafforzare il proprio senso di responsabilità. Piano piano emerge la consapevolezza che un proprio atteggiamento negativo o di svogliatezza può penalizzare fortemente il risultato di gruppo.
- abbassare le barriere emotive e migliorare l’autostima. Gruppi non troppo grandi consentono anche ai più timidi di essere e sentirsi coinvolti, aumentando così anche la fiducia in se stessi.